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Terapie per la fertilità ai tempi del coronavirus

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Ricerca di una gravidanza e terapie per la fertilità ai tempi del coronavirus: come è cambiata la situazione in questi ultimi mesi? Quali sono i dubbi e le paure di chi si appresta a intraprendere un percorso che vede la nascita di un bambino quale obiettivo finale?

Dottore, io e mio marito stavamo seriamente pensando ad una gravidanza. Vista la diffusione del coronavirus nel nostro Paese, non è forse meglio rimandare?” e ancora: “Dottore, con mio marito eravamo in procinto di eseguire la fecondazione assistita, ma visto il periodo, non è meglio aspettare qualche mese?”.

Queste sono le domande che più spesso i ginecologi si sono sentiti sottoporre in questo periodo, in cui tutte le azioni quotidiane e i programmi vengono rivisti alla luce di una nuova presenza: il coronavirus. In particolare, le donne in procinto di avviare una gravidanza, ma anche quelle gravide o in fase di allattamento, sono seriamente preoccupate circa i possibili effetti di un’infezione da coronavirus sulla propria salute e su quella del bebè.

Vediamo quindi in questo articolo con l’aiuto del dottor Mario Mignini Renzini, professore presso la Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell’Università Milano-Bicocca, nonché referente medico per gli aspetti clinici dei centri Eugin in Italia e responsabile del Centro di Procreazione Assistita della Casa di Cura La Madonnina di Milano, la sua esperienza con coppie e donne alla ricerca di una gravidanza, gravide o in fase di allattamento, quali sono i quesiti più frequenti in merito al binomio maternità e coronavirus.

Ricerca di gravidanza e CODIV-19

Il dottor Magnini Renzini ha potuto notare come da quando, il marzo scorso, si è avuta la percezione che il coronavirus non fosse più solo un problema lontano che coinvolgeva i paesi asiatici, il numero di richieste di consulti da parte di pazienti desiderose di sapere se interrompere la ricerca di una gravidanza e attendere un momento più tranquillo per riprovarci si è rivelato piuttosto considerevole. Questo accadeva sia con pazienti fertili, ovvero che stavano tentando un concepimento in maniera naturale, sia con pazienti infertili inserite all’interno di un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA).

Innanzitutto, è importante precisare che qualsiasi sia il metodo di concepimento, i comportamenti da tenere e le precauzioni da seguire sono le medesime di quelle suggerite per tutto il resto della popolazione. Presso la Clinica Eugin, dove eseguiamo trattamenti di fecondazione omologa ed eterologa, proviamo a confortare le coppie e raccomandiamo loro di adottare scrupolosamente le norme e misure dettate dalle Istituzioni allo scopo di prevenire il contagio. Per quel che riguarda poi l’aspetto riproduttivo, non sono presenti ad oggi evidenze circa la possibile trasmissione del virus attraverso gli ovociti o il liquido seminale. Quest’ultimo aspetto, da un punto di vista laboratoristico, ci permette di ritenere che l’impiego dei gameti dei coniugi o di donatore/donatrice nei trattamenti di fecondazione assistita, risulti essere sicuro ora esattamente come prima dell’avvento del coronavirus.

Donne in gravidanza e coronavirus

Per le donne incinte i dubbi e le paure legate a questa situazione sanitaria non mancano, ma al contrario qui i timori sono ancora più concreti e incentrati nella vita che sta sviluppandosi nel loro grembo.

La preoccupazione principale di tutte queste pazienti è quella di poter trasmettere, in caso di positività, il virus al feto. Gli studi riguardanti la trasmissione verticale del virus, ossia dalla madre al feto, non sono ancora del tutto conclusi trattandosi di una situazione nuova e attuale, ma sono indicativi di assenza di passaggio transplacentare del SARS-CoV-2. Si può pertanto al momento propendere per assenza di embriopatie legate all’infezione in corso all’interno dell’organismo di una donna incinta.

Un recentissimo studio condotto in Cina e pubblicato su The Lancet, riporta i primi 19 casi di donne in gravidanza e neonati da madri con sintomatologia clinica da COVID-19, ha rivelato come il virus non sia stato rilevato nel liquido amniotico o nel sangue neonatale prelevato dal cordone ombelicale. Ne è recente conferma anche il caso del neonato di Piacenza nato negativo da madre positiva. Un ulteriore studio pubblicato da The Lancet nel vol.395 del 7 marzo 2020, afferma che nei due casi di infezione neonatale verificatisi in Cina, registrati rispettivamente 17 giorni e 36 ore dopo la nascita, vi è stato nel primo caso un contatto diretto con persone positive al coronavirus (la madre e la caposala del reparto maternità), mentre nel secondo un contatto diretto non può essere escluso. Al contempo, lo studio rileva che al momento non sussistono evidenze in merito a una potenziale trasmissione verticale da mamma a bambino.

In ogni caso, le donne in gravidanza sono considerate una popolazione suscettibile di infezioni respiratorie virali, anche per quanto riguarda la semplice influenza stagionale. Per questa ragione il consiglio, sia per loro sia per le persone che vivono a loro stretto contatto, è quello di seguire il più scrupolosamente possibile il Decalogo Coronavirus emanato dal Ministero della Salute e le norme dettate dal buonsenso: lavandosi e disinfettandosi spesso le mani, evitando il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, evitando viaggi, a meno che non sia strettamente necessario, evitando di frequentare luoghi affollati. Anche in questo caso, che la gravidanza si sia ottenuta con metodi naturali o mediante procreazione assistita, i comportamenti da tenere sono esattamente gli stessi” spiega il dottor Mignini Renzini.

Allattamento al seno e coronavirus

Le preoccupazioni legate alla possibilità di contagio non terminano con la nascita del bambino, ma continuano durante l’allattamento, periodo durante il quale la neo-mamma tende indubbiamente a volersi prendere cura e tutelare quanto più possibile il nascituro.

Da quanto emerso sino a oggi, non vi sono al momento evidenze di trasmissibilità del virus attraverso il latte materno e il patogeno stesso non è stato rilevato già nel latte raccolto dopo la prima poppata (colostro) delle donne trovate positive. Di conseguenza, date le informazioni scientifiche attualmente disponibili e il notevole ruolo protettivo del latte materno, gli specialisti ritengono che, nel caso di donna con sospetta o confermata infezione da coronavirus, se le condizioni cliniche lo consentono e nel rispetto del suo desiderio, l’allattamento possa essere avviato e mantenuto direttamente al seno o con biberon.

La cosa fondamentale da mettere in atto durante l’allattamento, è ovviamente la protezione del neonato dal possibile contagio. Pertanto, per ridurre il rischio di trasmissione al bambino, si raccomanda l’adozione delle procedure preventive come l’igiene delle mani e l’uso, durante la poppata, di dispositivi di protezione come mascherina e guanti in lattice usa e getta, come da raccomandazioni del Ministero della Salute. Nel caso in cui madre e bambino debbano essere temporaneamente separati, è possibile aiutare la madre a mantenere la produzione di latte attraverso l’impiego del tiralatte, seguendo le medesime indicazioni igieniche, con successiva somministrazione al bambino tramite biberon.
In caso di positività al virus sarà il medico curante a valutare eventuali controindicazioni all’allattamento derivanti da terapie farmacologiche in atto, sebbene al momento quelle impiegate per i pazienti affetti da coronavirus non si basino sulla prescrizione di farmaci.

Fortunatamente viviamo in un Paese dotato di un Sistema Sanitario che rappresenta un’eccellenza a livello internazionale e che ha risposto in maniera pronta, competente ed efficace a questa nuova sfida che ci si impone. Confidiamo nel fatto che a breve questo periodo di emergenza, sebbene stia richiedendo un importante sacrificio a tutti i livelli, possa diventare un lontano ricordo per i nostri pazienti.” conclude il dottor Mario Mignini Renzini.

Trattamenti di procreazione medicalmente assistita

Se con la fase 1, ovvero durante il lockdown, i trattamenti di procreazione medicalmente assistita erano stati sospesi per evitare spostamenti intercomunali e intraregionali, oltre che per limitare i contatti ed evitare un sovraccarico delle strutture sanitarie, già a partire dalla fase 2 dell’emergenza sanitaria questi sono gradualmente ripresi, con la dovuta prudenza e con il via libera dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tale scelta è stata portata avanti in quanto al momento non sussistono evidenze in merito alla trasmissione del virus attraverso il liquido seminale e gli ovociti, così come circa la trasmissione verticale madre-feto. Questi elementi rendono pertanto evidente come non vi siano rischi nemmeno nel sottoporsi ai trattamenti di fecondazione assistita omologa con gameti della coppia, o con fecondazione assistita eterologa con gameti di donatori.

Tutti questi fattori consentono ai laboratori dei centri di procreazione medica assistita di operare con gli stessi standard qualitativi pre-emergenza, rendendo inutile rimandare trattamenti per i quali il fattore tempo è determinante. Per le cliniche di procreazione assistita il laboratorio è un elemento strategico per la buona riuscita dei trattamenti e all’interno delle Cliniche Eugin tutte le procedure vengono svolte in estrema sicurezza e riportano i medesimi standard qualitativi registrati prima dell’emergenza sanitaria. I pazienti che si rivolgono ai centri Eugin possono contare su un’attenzione rigorosa, volta a prevenire qualsiasi rischio di contagio in caso di fecondazione assistita sia omologa che eterologa. Eugin inoltre garantisce gli stessi elevati standard qualitativi e livelli di sicurezza che offriva prima dell’emergenza sanitaria. Alla diagnosi pre-ingesso si aggiunge il corretto impiego dei dispositivi di protezione individuale sia da parte dei pazienti che degli operatori, durante tutte le fasi del processo. L’atteggiamento responsabile dei futuri genitori consente oggi di cercare di recuperare, nel pieno rispetto delle norme di prevenzione e della corretta valutazione del rischio, tutto il tempo perso per effetto del lockdown, specialmente per quelle pazienti per cui il tempo rappresenta una variabile determinante rispetto al progetto di genitorialità.

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